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Dominatori, potenti, privilegiati: hanno vita facile i cittadini, nell’impero romano.
Mentre gli indigeni delle province conquistate vivono in uno stato di subalternità politica e giuridica, chi può vantare la cittadinanza dispone di immunità e privilegi molto concreti.
Come san Paolo, quando viene arrestato.
Gli basta dire al centurione di essere cittadino romano, e per di più di esserlo dalla nascita, che subito viene rimesso in libertà con tante scuse, e all’ufficiale non resta che commentare tra i denti quanti soldi la cittadinanza era invece costata a lui.
Perché cives lo si è per diritto di sangue, ma lo si può anche diventare: Roma ha capito in fretta che le conviene cooptare nell’impero le élites locali del potere, senza stare a distinguere tra prìncipi mauri dalla pelle nera o ricchi ebrei dell’Asia Minore.
Senza dimenticare che chiunque si arruola nei reparti ausiliari dell’esercito, che sia un provinciale o addirittura un barbaro, riceve la cittadinanza per premio.
È la politica della mescolanza, che trasforma l’impero in un immenso melting-pot: gente di tutte le lingue e i colori si amalgama in un unico corpo politico e un’unica cultura.
La differenza, tra romani e non, diventa così anacronista che, nel 212 d.
C.
, Caracalla concede la cittadinanza a tutti.
È la prima sanatoria della storia.
Non aveva tenuto in conto, non poteva saperlo, cosa sarebbe accaduto dopo.
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Edizione su licenza di Gius.
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Per l’audiolibro: © 2025, Emons Italia S.
r.
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